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"1000 artisti a Palazzo", presso Palazzo Arese Jacini, Cesano Maderno
"Tra sogno e realtà" presso Officina della Cultura a Isernia

 

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Guarda la video-recensione di Telemolise: "L'arte di Antonio Ricci in una retrospettiva a Isernia"


Antonio Ricci rappresenta, nel convulso e magmatico panorama artistico nazionale, una voce a se stante,isolata,defilata, quasi anomala.

Vuoi per il contesto ambientale in cui vive,vuoi per l’assoluta fedeltà a quelli che sono i canoni della pittura.

E’ un artista che non si è mai lasciato abbagliare dalle mode attuali e che vanno per la maggiore di questi tempi.

Non ha ceduto agli orpelli iconoclasti delle rielaborazioni digitali che sono diventate il background culturale di tanta pittura contemporanea

E’ sempre rimasto se stesso,fedele fino in fondo alle sue idee,alla sua poetica espressiva che magari ha contribuito in modo tangibile alla sua emarginazione che non rende merito al suo valore assoluto come pittore.

Trent’anni di lavoro artistico vissuto con passione,con dedizione assoluta mai venuta meno anche quando il mercato non ha apprezzato i suoi lavori.

Ricci non è un pittore qualsiasi,ma un artista che ha elaborato dentro di sé i canoni della poetica del realismo magico,del surrealismo più raffinato e, nello stesso tempo,molto personale,interiorizzato al massimo.

Nelle sue opere è presente una profonda inquietitudine,venata di malinconica nostalgia del tempo passato, sempre rimpianto che però si sposa con un presente che pur se caotico e complesso è,a suo modo di vedere,la conseguenza storico-temporale di quello che siamo stati e che non dobbiamo mai dimenticare. Ecco le sue radici,il germoglio primordiale da cui attingere per elevare fino all’inverosimile la propria poetica artistica.

I suoi alberi contorti, spogli, che si innalzano verso il cielo: sono il travaglio della nostra vita,la sofferenza della nostra anima. Sono lo specchio riflesso della sua vita.

Quegli occhi che ci guardano siamo noi,con i nostri sogni,le nostre paure, ma anche l’eterna speranza che non deve mai abbandonarci.

Per superare il disagio del presente tuffiamoci nel passato e continuiamo a sognare.

Quel cielo che domina ogni dipinto,così diverso nelle sue campiture concettuali,è soltanto il bisogno di trovare pace dentro di noi,ma anche e soprattutto la nostra intatta capacità di ragionare,di pensare,di non arrendersi.

Ecco la specificità dell’artista Antonio Ricci: condurci per mano in un viaggio magico,surreale,senza spazio e senza tempo, ma anche la capacità lucida di farci riflettere sul nostro quotidiano.

I suoi colori eterei,quasi irreali, vengono squassati da inaspettati tronchi di luce abbagliante che tagliano in due il dipinto come a ricordarci che è viva la speranza sui destini dell’uomo.

Una genialità che vive e regna in lui,una capacità istintiva,quasi primitiva che viene riversata a piene mani sulla tela.

Avercene di pittori così. Sono motivo di riconciliazione con l’arte.

Sono merce rara,sono autentica vita vissuta pur in un piccolo territorio ed in una realtà contadina che non ha perso la sua peculiarità,la sua ragione di vita.

Febbraio 2007

Francesco Pullara


Non è facile oggi come oggi imbattersi in un pittore figurativo.

Le nuove leve della pittura sembrano aver dimenticato cosa significa riprodurre o rinventare ciò che ci circonda. Dietro la dicitura di “astratti” o “informali” si annida una congerie d’artisti il cui unico fine è legato alla commercializzazione del proprio “prodotto”.

Non deve quindi meravigliare più di tanto l’ammirazione suscitata dall’opera di Antonio Ricci, un pittore lineare e comprensibile ai più ma non per questo semplice nei contenuti, perché restituisce all’osservatore sensazioni forti e personali. Così si rimane estasiati di fronte alla sincera pittura di un illustre figlio del nostro Mezzogiorno, molisano doc, che ha fatto del piacere visivo lo scopo della propria vita. Una vita che da subito è stata consacrata all’arte: all’età di 14 anni è studente presso l’Istituto Statale d’Arte di Isernia, nel 1979 frequenta l’Accademia di Belle Arti di Napoli sotto la guida del Prof. De Stefano, sempre nello stesso anno la prima personale a Scapoli (IS), paese famoso in tutt’Italia per la tradizione di maestri zampognari, spingendosi fino al 2005 tra svariati riconoscimenti, premi e altre mostre, per un totale di oltre 50 manifestazioni.

I suoi quadri scaturiscono dalla mente di un uomo attento e intelligente, attratto dal dato reale, cantore come pochi di vita quotidiana a volte mascherata da simboli più o meno evidenti. Uomini e donne sono percepiti attraverso una loro metamorfosi arborea, immagini reali sono appese ai fili con mollette, case e palazzi vivono una loro esistenza isolata, tutto è un turbinio di eventi che soprattutto nell’ultima produzione si va rincorrendo e sovrapponendo vicendevolmente.

Una mescolanza ben calibrata di correnti artistiche si nota e si confonde con un palese realismo di fondo: surrealismo e simbolismo in primis. In effetti, in certe tele forti sono i richiami a icone della storia dell’arte contemporanea quali Salvator Dalì, René Magritte, Max Ernst, Frida Kahlo.

Due sono i poli di interesse su cui ruotano le opere del Ricci, congiuntamente o da soli: l’uomo e il paesaggio urbano. Quest’ultimo è analizzato attraverso il suo esistere positivo (la comunità contadina con le sue tradizioni) e negativo (la città dove nessuno spazio è risparmiato alla presenza/incombenza d’imponenti grattacieli); quasi un continuo rimando tra realtà/irrealtà, passato/presente, vecchiaia/giovinezza, vita/morte.

L’osservatore è comunque attratto da questi palazzi urbani, anonimi e moderni mostri di cemento con un’anima d’acciaio, muti e mutevoli, proiettati verso un futuro incerto ma superbi perché “contemplano” senza interesse le umane peripezie dall’alto. Le tonalità terrose e cineree accentuano ulteriormente la mestizia di questi edifici, ammassati gli uni sugli altri e come soffocanti l’esistenza. Ma, a ben vedere, il pittore fissa il suo interesse non su di essi ma su questi surreali uomini-albero, come a voler, attraverso questa metamorfosi, dar vita a una speranza per il domani.

Allo stesso modo, i colori chiari animano la visione dei borghi, dove rustiche casette sono baciate dal sole, stemperando i suoi raggi sulle tegole di coccio dei tetti, su rocce, sentieri, pianure, evidenziando visi e mani e corpi di vecchi rimasti oramai gli unici abitanti di questi ameni luoghi agresti. Essi testimoniano di un tempo lontano, passato, il cui ricordo è ancora più amaro perché impossibile da riproporre.

Tale discorso pittorico assomiglia a un malinconico ma forte urlo che dovrebbe risvegliare ognuno dal torpore di cui è vittima. Se infatti nei paesi la vita si svolge secondo regole ben determinate, la città tende a soffocarla sempre di più. In opere come “Cercare un’immagine” o “Ricerca del passato” (1998) le radici degli alberi sembrano come allontanarsi dalla metropoli per avvinghiarsi ai poderi dei paesi come alla vera vita. “Alla ricerca del suo ambiente” e “Contenti di un fascio di luce” (2001) sono esempi ancora più sconcertanti di ciò. I girasoli assumono due colorazioni diverse a seconda di dove si trovino: celeste-grigio metallico nella città, non generatrice di vita ma addirittura il suo contrario, un bel giallo per la campagna.

Innaturale/naturale, ancora una dicotomia.

Ma il paese è purtroppo visione di un tempo andato, di una realtà passata, amara perché non più raggiungibile. L’uomo però cerca di combattere, trasforma la sua esistenza e confida nel ritorno ad una vita semplice ma sana, presentandosi come portavoce di una condizione trascorsa, come in “Salvare un ricordo” (2004). Muta perciò in albero, qui simbolo di vita, ma i suoi sforzi non sono sempre ripagati (i rami spogli). La realtà si frantuma, risulta da un collage di pezzi come ricordi più o meno chiari, tasselli di un’esistenza trascorsa ma anche di un futuro incerto. Non a caso un pessimismo di fondo aleggia su buona parte della produzione ricciana, ravvisabile non solo negli ultimi esempi (“Rimpianto di un passato pieno di luce”, “Luci e ricordi senza futuro”, “Frammenti di ricordi”, tutti del 2005), ma già in primissime opere datate 1985-86, come ben evidenziano da tele quali “Attesa di un altro giorno” e “Sogno di un ricordo passato”. Ha ragione Vilma Torselli quando ammette, a conclusione delle sue affermazioni: “Ed è un passato al quale il Ricci guarda…con la consapevolezza di averlo ormai perduto per sempre, derivando da ciò il pessimismo controllato…che attraversa tutta la sua opera e si palesa nel confronto antitetico tra l’ieri e l’oggi, in un mondo diviso da una straziante dicotomia della quale l’uomo è artefice e vittima nello stesso tempo, incapace di vedere il rovinoso futuro verso il quale sta correndo”.

Milano, 29 aprile 2006

Dr. Gianni Gallinaro


......... la produzione artistica di Antonio Ricci manifesta uno spessore di significati e di strutture compositive piuttosto interessante, non solo, ma anche, oerentemente perseguito, sviluppato e realizzato in termini di invenzione e immaginazione creativa.

......... un sofferto ed inquieto rapporto con il reale, che induce l'autore a "vedere" e ritrarre il mondo/paesaggio/essere umano non con il consueto stile felicemente impressionistico ed intenzionalmente consolatorio,  ma con un linguaggio inteso, nel suo mimetismo naturalistico, quasi fotografico a volte, a rilevare l'anima sommersa, inquietante in se stessa delle cose, del paesaggio, delle figure umane.

......... costante ideologica, la cognizione del distacco della natura/realtà e della condizione alienante dell'uomo, percepito e rappresentato in uno stato di paranoia e di ossessione, che non esclude vibranti tensioni autobiografiche..... la certezza di una esistente conflittualità o manifesta schizofrenia all'interno dell'individuo ....... tra passato e presente, tra la semplice e umana vicissitudine di una civiltà rurale ormai dissolta, ma persistente nella coscienza/memoria e una civiltà moderna, attuale intuita come desertificazione, disumanizzazione e angosciosamente presagita come apocalisse.
Questa ispirazione, abbastanza tormentata,  talora si accampa in immagini concepite surrealisticamente, espressive di una vena erotica che si espande in forme oniriche, nelle quali la donna o la femminilità sessuale, diventa incubo o seduzione che misteriosamente si materializza nella natura..........ricerca autentica di identità vissuta come lacerazione..........scelta funzionale di colori, nei quali prevalgono toni freddi, smorti, volutamente spenti e dimessi, descrittivi di un'interiorità poco corriva alla comunicazione retorica e al superficiale facilismo delle sensazioni/impressioni.

G.B. Faralli

 
 

......... La sua è una pittura originale, che non ci richiama a nessun modello preesistente, se non per qualche spunto naïf , colto nella semplicità e purezza di linee e nella cura minuziosa del particolare......una pittura che, partita da un acceso e vivace policromatismo, è diventata sempre più essenziale, quasi monocroma, e perciò più espressiva, più profonda e misteriosa, quasi inquietante........
C'è, poi, l'autobiografismo dell'autore in quel continuo confrontarsi di presente e passato, dove il presente è disagio profondo, nuvole scure e minaccioso, grattacieli contorti, figure umane stravolte, e dove invece il passato è il ricordo, è la dolcezza, la speranza, la voglia di vivere, è lo squarcio di azzurro che rompe il nero del cielo, sono le trecce di aglio che incorniciano numerose i suoi quadri.

Autobiografismo, animismo  della natura, sofferto confronto tra presente e passato, un abile linguaggio pottorico, capace di creare immagini a mezzo tra il reale e il metafisico, sono i segni di questo interessante e valido pittore isernino.

Franca De Santis

 
 

Nella multiforme tematica pittorica di Antonio Ricci, si uniscono e si inseguono incubi notturni, visioni di natura, veristica oggettività...........sogni esasperati e figurativi frammenti di vita quotidiana che si propongono attraverso variati aspetti compositivi o in sovrapposte sequenze di primordiali, candidi racconti..........

L. Bertacchini

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